LI CHEVALIER

LI CHEVALIER

Testo critico di Karol Beffa

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Compositori / Critico d'Arte Frencese 

 

Questa luce scura che cade dalle stelle ...

 

 Come quasi venticinque anni fa, quando l'ho ascoltata per la prima volta, la musica di Toru Takemitsu era forte quanto i dipinti di Li Chevalier che mi hanno portato su sentieri onirici.

Ho trovato lì le stesse sensazioni di lirismo, chiaroscuro e mistero, caratteristiche del compositore. L'arte di Li Chevalier mi ispira, mi fa venire voglia di mettere in musica la sua magnificenza onirica. La mia mente vaga nei suoi soffici paesaggi acquatici, a volte burrascosi, sotto il cielo infuocato attraversato dall’aurora boreale. I bordi tra un elemento e l’altro sono sfocati, acqua, terra, aria si dissolvono in un'ombra crepuscolare, il tutto in mezzi toni. Se c'è violenza, è mascherata, contenuta e anche le immagini più oscure mantengono un tipo di meditazione e serenità. Tutto questo mi attrae, mi tocca, mi è vicino e quasi familiare, poiché uno dei miei assi di ispirazione mi guida verso orizzonti simili: la mia musica, quando diventa cloud evoca un mondo cangiante, che palpita con tessiture sonore, con colori modali o cromatici.Ma che siano cloud o clock - "nuvoloso" o "pulsato" - sarà sempre molto armonico nel senso tecnico perché, senza trascurare la melodia, preferisco l’armonia, la dimensione verticale dei suoni: gli accordi, le sequenze, le combinazioni.

 

Ritrovo questa verticalità anche nei cluster di strumenti musicali che arrivano dal cielo o si innalzano da terra, altra firma di Li Chevalier. Forca, patibolo, stalattiti e stalagmiti improbabili, violini, viole, violoncelli – sospesi o verticali – riempiono lo spazio delle loro gabbie, segnate da ideogrammi dove sono stampati volti, figure e paesaggi. Questa moltitudine strumentale sembra moltiplicarsi all'infinito, come in un prisma gigante. È intrigante e angosciante. Basti pensare a Edgar Varèse e alla sua diffidenza nei confronti degli archi e del loro potere espressivo. Varèse, musicista, è amico intimo del pittore Zao Wou-Ki, che gli ha dedicato un Hommage, una grande tela i cui colori ocra e seppia mi ricordano la tavolozza di Li Chevalier.

 

"Varèse, in cui il poeta e lo scienziato si fondono, sarebbe stato sedotto da questi pendenti di violino che ricordano Cremona e il suo illustre liutaio Antonio Stradivari."  L’espressione, grazie ai giochi di prestigio del mago linguista Jacques Perry Salkow, nell’originale francese, è il perfetto anagramma di "L'artigiano che ha ereditato il violino" (la liuteria è quindi diventato un mestiere preciso, quasi millimetrico).

 

Se i paesaggi di Li Chevalier ci portano verso Oriente, è in Occidente che cerca le parti organologiche per il suo museo immaginario. Tali incontri hanno nutrito la fantasia di molti musicisti, come Takemitsu, le cui le orchestre europee classiche imitano le sonorità giapponesi tradizionali, senza mai scadere in una ricostruzione piatta; come Debussy il cui pianoforte di Pagode suggerisce un pentatonismo proveniente da Java o da Bali; come Messiaen che traspone il timbro gagaku nel quarto dei suoi Sette Haïkaï.

 

Tornando ai quadri, ammiro soprattutto la maestria con cui Li Chevalier raggiunge la massima raffinatezza, servendosi esclusivamente di mezzi che colpiscono per la loro sobrietà. Ampi gesti, inchiostri monocromatici e dai toni bruni e l’effetto moiré riecheggiano nella musica e lo stesso minimalismo monostrutturale lo ritrovo in Arvo Pärt o Henrik Gorecki. Contemplando questi paesaggi dalla fluidità insolita, risuona nelle nostre orecchie la famosa ipallage Ibant obscuri sola sub nocte per umbram.

 

 

 

 

 

 



24/05/2018
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